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anche noi vogliamo un senso a questa storia Bersani Segretario

10 ottobre 2009

Primarie per l'elezione del Segretario del PD

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10 settembre 2009

Mattarella a Barrafranca

Cari amici, compagni e simpatizzanti tutti, ho il piacere di invitarvi all'incontro che si terrà con l'On. Bernardo Mattarella, candidato a segretario regionale del PD, che avrà luogo sabato 12 settembre alle ore 10.00 al "Chiosco" incrocio tra Corso Garibaldi e Viale della Repubblica. Partecipate in tanti perchè sarà una bella occassione di conoscere un personaggio che nella sua vita ha incrociato personalmente e per sua sfortuna gli effetti devastanti della mafia. Cioè uno di quelli che la lotta alla mafia non la predicano ma la vogliono fare realmente con i fatti.

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9 settembre 2009

“Tragico errore basare sfida Congresso su scontro tra chi è più amico di Lombardo e Cuffaro”

Bernardo Mattarella: “Tragico errore basare sfida Congresso su scontro tra chi è più amico di Lombardo e Cuffaro”

 
“Commette un tragico errore chi pensa di impostare il confronto congressuale del PD siciliano come se fosse uno scontro tra chi è più amico di Lombardo e chi è più amico di Cuffaro”. Lo ha detto Bernardo Mattarella, candidato alla segreteria regionale del Pd per l’area Bersani.
“In questo modo – continua Mattarella- si dà l’idea di un PD comunque subalterno e si ribalta al suo interno quella che è invece la profonda crisi del centrodestra. Il vero confronto deve svilupparsi sul progetto che il PD intende portare avanti per il futuro della Sicilia e per costruire una alternativa concreta ai governi inefficienti del centrodestra. Il PD deve essere oggi una forza politica -conclude Mattarella- che svolge con coerenza e intelligenza il ruolo di opposizione a cui è stata chiamata dall’esito del voto dello scorso anno. E che, al contempo, intende aggregare intorno a se le forze che vogliono il cambiamento, a cominciare da quelle che si richiamano al centrosinistra e che, come si è visto alle recenti elezioni europee, rappresentano una parte non indifferente dell’elettorato siciliano”.

 
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9 settembre 2009

Chi è Mattarella?

Nasce a Palermo nel 1959.
Figlio del presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella, assassinato dalla mafia nel 1980.
Avvocato, è stato deputato Deputato dell'Assemblea regionale siciliana nella XIV legislatura, per la Margherita, ed è stato riconfermato nella XV, nelle liste del Partito democratico.

Figlio di:

(nella foto insieme a Pertini) Piersanti Mattarella (Castellammare del Golfo, 24 maggio 1935 – Palermo, 6 gennaio 1980) è stato un politico italiano, assassinato dalla mafia mentre era presidente della Regione Siciliana.

 

Biografia

Figlio di Bernardo Mattarella, uomo politico della Democrazia Cristiana, e fratello di Sergio Mattarella. Crebbe con istruzione religiosa, studiando a Roma al San Leone Magno, dei Fratelli maristi. Dopo l'attività nell'Azione cattolica, si dedicò alla politica nella Democrazia Cristiana. Fra i suoi ispiratori ci fu Giorgio La Pira, avvicinandosi alla corrente politica di Aldo Moro e divenendo consigliere comunale a Palermo.

Assistente ordinario all'Università di Palermo, fu eletto all'Assemblea regionale siciliana nel 1967 nel collegio di Palermo, rieletto per tre legislature. Dal 1971 al 1978 fu assessore regionale alla Presidenza. Fu eletto presidente della Regione Siciliana nel 1978, guidando una giunta di centro sinistra, con il sostegno esterno del PCI. Nel 1979 dopo una breve crisi politica, formò un secondo governo.

 

Lotta alla mafia

Rappresentò una chiara scelta di campo il suo atteggiamento alla Conferenza regionale dell'agricoltura, tenuta a Villa Igea la prima settimana di febbraio del 1979. L'onorevole Pio La Torre, presente in quanto responsabile nazionale dell'ufficio agrario del P.C.I. (sarebbe divenuto dopo qualche mese segretario regionale dello stesso partito) attaccò, con furore, l'Assessorato dell'agricoltura, denunciandolo come centro della corruzione regionale, e additando lo stesso assessore come colluso alla delinquenza regionale. Mentre tutti attendevano che il presidente della Regione difendesse vigorosamente il proprio assessore, sgomentando la sala Mattarella riconobbe pienamente la necessità di correttezza e legalità nella gestione dei contributi agricoli regionali.

Un solo periodico sfidando il clima imposto pubblicò il resoconto, sottolineando come fosse generale lo sconcerto e come fosse comune la percezione che si apriva, quel giorno a Palermo, un confronto che non avrebbe non potuto conoscere eventi drammatici. Un senatore comunista e il presidente democristiano della regione si erano, di fatto, esposti alle pesanti reazioni della mafia.

 

Assassinio

Il 6 gennaio 1980, appena entrato in auto insieme alla moglie e al figlio per andare a messa, un killer si avvicinò al suo finestrino e lo uccise a colpi di pistola. In quel periodo stava portando avanti un'opera di modernizzazione dell'amministrazione regionale. Si presume che ad ordinare la sua uccisione fu Cosa Nostra, a causa del suo impegno nella ricerca di collusioni tra mafia e politica.

Inizialmente considerato un attentato terroristico, il delitto fu indicato da Tommaso Buscetta come delitto di mafia. Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia, Giulio Andreotti era consapevole dell'insofferenza della mafia per la condotta di Mattarella, ma non avvertì né l'interessato né la magistratura, pur avendo partecipato ad almeno due incontri con capi mafiosi aventi ad oggetto proprio la politica di Piersanti Mattarella e, poi, il suo omicidio. Il fatto viene riportato nella sentenza del giudizio di Appello del lungo processo allo stesso Giulio Andreotti confermata dalla Cassazione nel 2004. La stessa sentenza afferma che l'allontanamento di Andreotti dal sodalizio mafioso fu dovuta proprio all'efferato delitto Mattarella.

Nipote di:

Bernardo Mattarella (Castellammare del Golfo, 15 settembre 1905 – Roma, 1 marzo 1971) è stato un politico italiano, più volte Ministro della Repubblica. È il padre di Piersanti e Sergio anch'essi uomini politici. 

Biografia e attività politica

Di umili origini, si laureò in giurisprudenza a Palermo dove visse fino al 1948 quando si trasferì a Roma. Nel 1941-1943 partecipò a Roma alle riunioni clandestine guidate da Alcide De Gasperi da cui nacque la Democrazia Cristiana.

Fu il principale avversario del separatismo siciliano.

Nei primi due governi del Comitato di liberazione nazionale, presieduti da Ivanoe Bonomi e composti da tre ministri e tre sottosegretari per ciascuno dei sei partiti del CLN (1944 – 1945), ricoprì la carica di Sottosegretario alla Pubblica Istruzione. Nel 1945, con De Gasperi Segretario nazionale, divenne Vice Segretario della Democrazia Cristiana, insieme ad Attilio Piccioni e a Giuseppe Dossetti.

Alle elezioni dell'Assemblea Costituente del 2 giugno 1946 fu eletto per la DC nella circoscrizione elettorale della Sicilia Occidentale e fece parte dell'Ufficio di Presidenza della Costituente come Questore. Il 18 aprile 1948 alle elezioni del primo parlamento repubblicano, Mattarella fu rieletto nella medesima circoscrizione, nella quale sarà sempre eletto.

Nel quinto Governo De Gasperi (1948) fu nominato Sottosegretario ai Trasporti, carica che mantenne anche nel sesto e settimo degli esecutivi guidati dallo statista trentino.

Costituitosi l'ottavo Governo De Gasperi il 16 luglio 1953, ebbe affidato il Ministero della Marina Mercantile. Caduto questo gabinetto dopo appena 12 giorni e formatosi il Governo Pella il 18 agosto 1953, ebbe l'incarico di Ministro dei Trasporti che mantenne anche nel successivo Governo Fanfani, che cadde il 30 gennaio 1954 a soli 12 giorni dalla sua costituzione. Nel successivo governo guidato da Mario Scelba, ebbe riaffidato lo stesso ministero. Il 6 luglio 1955 nacque il primo Governo Segni e Mattarella passò dai Trasporti al Commercio con l'Estero. Adone Zoli, costituito il suo governo il 18 maggio 1957, lo volle Ministro delle Poste e Telecomunicazioni. Nella terza Legislatura fu Presidente della Commissione Trasporti della Camera dei deputati e componente della direzione nazionale della Democrazia Cristiana, per poi tornare al governo, come Ministro dei Trasporti, nel quarto Governo Fanfani (21 febbraio 1962).

Dopo le elezioni politiche del 1963 si formò il primo Governo Leone, durato in carica dal 21 giugno al 5 novembre 1963, nel quale Mattarella fu Ministro per l'Agricoltura e le Foreste. Nel secondo governo della quarta Legislatura (primo Governo Moro) entrato in carica il 4 dicembre 1963 ritornò al Ministero del Commercio con l'Estero, che mantenne anche nel successivo secondo Governo Moro che rimase in carica fino al 21 gennaio 1966.

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7 settembre 2009

Chi è Bersani?

 
 
  
 
PER BERSANI SEGRETARIO DEL PD: DALLA SICILIA PER BERSANI
 
Chi è Pierluigi Bersani lo sappaimo tutti.
In un momento di grande difficoltà del Partito : uomo concreto, lucido, operativo, sicuro, capace di dare sicurezza ai militanti.
Uno dei pochi che si è occupato dei problemi reali dei cittadini, ricordiamo le liberalizzazioni, osteggiate fortemente dalla destra, ma anche da qualche esponente del Partito Democratico.
Uno dei pochi che si rivolege costantemente alle basi territoriali come unica forza vera e capace di dare sens al PD.
Come dimenticare la lotta contro le banche per la portabilità del mutuo che, alla luce di quanto poi è successo, con la crisi finanziaria, dimostra la sua lungimiranza?
migliaia di famiglie, di giovani precari, di giovani coppie, hanno rinegoziato i loro mutui prendendo respiro e attutendo gli effetti della crisi.
L'Italia non è saltata per i mutui insoluti. Ecco la differenza. Sta saltando adesso con la mancanza di un simile decisionismo lungimirante, tempestivo e professionale quale è quello di Bersani
Potremmo aggiungere tante altre cose per risaltare il profilo di Pierluigi Bersani, ma ci fermiamo qui.
A ottobre il congresso nazionale di un PD che, inutile negarlo, non naviga in buone acque e non sempre si è mostrato pronto ad interpretare le esigenze dei suoi militanti.
Noi voteremo per Pierluigi Bersani come nuovo segretario del PD, e tu?
 

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7 settembre 2009

Manifestazione provinciale della Mozione Bersani-Mattarella

Organizzatore::
Coord. Prov.le Bersani-Mattarella
Tipo:
Rete:
Globale
Data:
lunedì 7 settembre 2009
Ora:
18.30 - 22.30
Luogo:
64 room's
Indirizzo:
Cittadella Universitaria (di fronte Liceo Linguistico)
Città/Paese:
Enna, Italy

Sarà presentata la mozione Bersani- Mattarella alla presenza del candidato alla segreteria regionale Bernardo Mattarella e della capogruppo del PD al Senato Anna Finocchiaro.
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7 settembre 2009

Pierluigi Bersani

http://www.youtube.com/watch?v=KYLzoxjoF9k&feature=related

Contributo del Comitato Addamartesana per Bersani

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7 settembre 2009

Bernardo Mattarella

http://www.youtube.com/watch?v=yib5gnsizbE

Video per Bernardo Mattarella.

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7 settembre 2009

Mozione Mattarella

PER IL

PD

e

PER LA SICILIA

Mozione congressuale del candidato a segretario regionale

BERNARDO MATTARELLA

PER IL PD E PER LA SICILIA

Ci sono due sfide davanti a noi: a) fare uscire la Sicilia dalla crisi profonda che l’attraversa ed invertire la tendenza che la sta facendo scivolare verso la marginalità in Italia e in Europa; b) costruire un Partito Democratico che sia in grado di organizzare politicamente e di rappresentare le siciliane ed i siciliani che sanno di dover contare sulle proprie forze, che vogliono scrollarsi di dosso pesanti condizionamenti, lavorano affinchè le grandi risorse, materiali ed immateriali di cui la Sicilia dispone diventino volano per uno sviluppo sostenibile e solidale.

L’obiettivo che ci poniamo è quello di determinare le condizioni perché il Partito Democratico diventi la forza di riferimento di un governo della regione che sia portatore di idee e proposte di trasformazione nelle istituzioni e nella pubblica amministrazione, nell’economia e nella società.

La crisi della Regione insostenibile

Gli anni più recenti sono stati caratterizzati dalla stagnazione economica, dalla crisi dell’apparato industriale e di comparti produttivi significativi, dalla ripresa dell’emigrazione, dal riemergere di fenomeni di illegalità e di evidenti infiltrazioni della mafia.

La distanza con l’Europa è aumentata. Il Pil pro capite rappresenta il 67,4% di quello della UE a 27 paesi, mentre quello italiano è del 104,8%. La Sicilia si colloca al 272 posto, tra 274 regioni censite, per tasso di attività; al 273 posto per tasso di attività femminile, mentre è tra le prime venti per tasso di disoccupazione. L’indice di povertà relativa è il più alto in Italia ed è in crescita rispetto agli anni precedenti. Nella attuazione della strategia di Lisbona, la Sicilia si colloca agli ultimi posti per capacità di avanzamento. La spesa per ricerca & sviluppo e per l’istruzione si sono ridotte se misurate sul Pil, il ricorso a fonti rinnovabili di energia e la quantità di raccolta differenziata sono molto lontani dai parametri di riferimento.

Una regione che come la Sicilia regredisce sui fattori di sviluppo, che altri in Europa invece sfruttano con diligenza, non ha futuro.

Grandi sono le responsabilità dei governi di centro destra, che hanno riportato l’intermediazione parassitaria e clientelare al centro dell’azione politica, che hanno sprecato l’occasione offerta dai fondi comunitari, che hanno reso poco credibili le istituzioni siciliane, senza capacità di perseguire strategie valide. Altrettanto gravi le responsabilità del governo Berlusconi, che ha scelto la centralità del Nord, l’emarginazione della Sicilia, saccheggiando anche i fondi Fas.

La crisi economica globale sta avendo pesanti ricadute nella nostra regione: si stanno perdendo decine di migliaia di posti di lavoro, migliaia di piccole imprese hanno chiuso, in agricoltura si sono persi milioni di giornate di lavoro, sono a rischio pezzi importanti dell’industria. Si sta realizzando un effetto cumulo: la crisi economica si somma, infatti, al fallimento della strategia di sviluppo sottesa al quadro comunitario di sostegno ed al collasso dell’intero sistema di governo regionale, basti pensare alla condizione di pratico dissesto dei grandi comuni o al disastro degli Ato rifiuti.

Il sistema di governo collassa anche perché si sono fatti più stringenti i vincoli esterni all’azione di governo, quali il patto di stabilità, il limite all’indebitamento, l’obbligo del piano di rientro dai debiti della sanità, le direttive comunitarie, e perché ci sono sempre meno risorse disponibili, come dimostra il bilancio regionale in cui l’85% delle risorse va in spese correnti ed ha raggiunto nel 2008 lo strabiliante deficit di oltre cinque miliardi di deficit.Quello che è andato in profonda crisi è il modello di Regione insostenibile, che intermedia ma non indirizza, che spende ma non progetta, che ha una economia sostanzialmente retta dalla domanda e dai consumi e poco orientata alla produzione, con meccanismi di redistribuzione del reddito fortemente squilibrati.

Anche per questo esplode il centro destra e si aprono conflitti durissimi tra le forze politiche che lo compongono e che pure avevano ricevuto, soltanto lo scorso anno, un consenso plebiscitario.

Il governo regionale è paralizzato e incapace di affrontare anche le più lampanti emergenze, proprio mentre l’intervento pubblico è diventato più essenziale per fronteggiare con misure anticicliche la crisi economica globale e per individuare processi di cambiamento quali quelli delineati dalla UE: attuazione delle riforme connesse alla strategia di Lisbona, riconversione dell’economia verso produzioni "verdi" , a basse emissioni nell’ambiente.

Un grande progetto di cambiamento

Siamo convinti che in Sicilia ci siano le energie umane e le capacità, le risorse e la volontà per cambiare e per affrontare in modo innovativo i problemi e risolverli.

Per organizzare queste forze dentro una prospettiva politica di cambiamento è necessario che si definisca un progetto strategico condiviso e ci sia un soggetto politico organizzato, come il Partito Democratico siciliano, in grado di sostenerlo e portarlo avanti con coerenza e decisione.

La Sicilia ha bisogno di una rinnovata identità, di una idea generale di se e del proprio sviluppo, che sappia misurarsi con i nuovi scenari legati alla dimensione sovranazionale dei problemi, alla nuova centralità che ha acquisito il Mediterraneo, alla crescita del ruolo delle autonomie locali nel nostro paese determinato dal procedere delle trasformazioni in senso federale dello stato.

Una identità che ridefinisca il patto tra cittadini ed istituzioni all’interno di serie riforme delle strutture regionali, affermi il senso della legalità e della moralità nella conduzione della cosa pubblica, sia caratterizzata dalla espansione della democrazia e dei diritti di cittadinanza, esprima una robusta carica progettuale in un nuovo sistema di rapporti tra pubblico e privato, centrando le prospettive di sviluppo sulla innovazione, sulla qualità, sulla sostenibilità, coerenti con la nostra storia e le nostre vocazioni.

Un nuovo meridionalismo e la centralità del Mediterraneo

Questo è il contributo più grande che può venire dalla Sicilia per determinare a tutti i livelli la consapevolezza che la questione del sud è una grande questione nazionale, che attiene alle gravi disuguaglianze e ai permanenti squilibri territoriali che condizionano le capacità di sviluppo del nostro paese.

E’ tutto il paese che annaspa, che è in difficoltà. Il Sud non è la palla al piede da cui occorre liberarsi per favorire i processi di ristrutturazione del centro nord. Al contrario, il sud contiene un potenziale ancora inespresso che può contribuire ad un forte rilancio dell’intero paese. Per questo è sacrosanto rivendicare l’assegnazione dei fondi statali che ci sono stati sottratti o ci vengono negati.

La Sicilia e tutto il Sud in questi anni hanno ricevuto risorse statali inferiori a quelle corrispondenti al cosiddetto’peso naturale’ delle regioni meridionali nel contesto nazionale.

Allo stesso tempo è necessario che vi sia la piena assunzione di responsabilità delle classi dirigenti meridionali, chiamate ad esprimere una nuova qualità progettuale ed alla rottura dello schema perverso che lega l’uso delle risorse pubbliche alla creazione del consenso clientelare.

La questione meridionale deve essere interpretata alla luce della questione Mediterraneo, che ne delinea una dimensione nuova. In questi anni è cresciuta la funzione strategica dell’area mediterranea, si sono enormemente incrementati i flussi commerciali, si pone quindi la necessità di lavorare per cogliere queste nuove opportunità, secondo due direttrici: attrezzando il territorio in modo che possa rappresentare una piattaforma logistica che aggiunge valore ai prodotti e assumendo iniziative affinché l’Europa sviluppi il progetto dell’Unione per il Mediterraneo.

Vanno infatti potenziate le relazioni con i paesi che si affacciano nell’intero bacino, perché si sviluppi la pace, si affermino la democrazia e i diritti umani in tutti i paesi e si affrontino temi

drammatici quali la povertà, lo sfruttamento, le persecuzioni. E’ questa la via principale per risolvere la questione dei migranti che noi non consideriamo un fenomeno di svantaggio e di pericolo per la vita sociale, ma come possibile condizione di crescita e di ricchezza per le nostre comunità.

La centralità geografica della Sicilia nel contesto euromediterraneo va trasformata in centralità politica e in questo senso va sostenuto l’impegno votato dal Parlamento affinchè Palermo sia la sede del Forum per il Mediterraneo ed in centralità economica, puntando sulle tecnologie ambientali, sui beni culturali, sulla sicurezza alimentare e sull’agricoltura biologica, sull’energia da fonti rinnovabili, sui settori avanzati dei servizi, solo per fare alcuni esempi di attività che possono enormemente incentivare gli scambi.

E’ questa, una scelta prioritaria di un piano strategico per la Sicilia, che deve essere messo a punto con il concorso e l’ampia partecipazione di tutti i soggetti protagonisti sui territori e che individua tra le altre priorità: la dimensione sostenibile e solidale dello sviluppo nella prospettiva di una reale sussidiarietà; la qualificazione del capitale umano e sociale; la promozione della ricerca e del trasferimento tecnologico, delle innovazioni produttive per migliorare la competitività del sistema privato e pubblico; la riorganizzazione della regione; la crescita ed il protagonismo dei territori, perché lo sviluppo locale diventi luogo di incontro tra valorizzazione delle risorse e attivazione delle competenze.

Una nuova stagione di liberazione dalla mafia, per una legalità forte e condivisa

Non ci sarà sviluppo, né vera democrazia senza la liberazione della Sicilia dalla presenza e dalla pressione della mafia e della criminalità organizzata che soffocano la società, opprimono le imprese, tendono a condizionare la politica e le istituzioni, si infiltrano nel ciclo della spesa e delle opere pubbliche. Le organizzazioni mafiose sono in grado di condizionare pesantemente vaste aree del mezzogiorno e non è un caso che le quattro regioni che sono rimaste nell’obiettivo convergenza, siano anche quelle dove più forte è la presenza delle mafie, che sono tuttavia in grado di influire negativamente sull’economia e sulle attività finanziarie dell’intero paese.

Occorre ribadire che la lotta alle mafie deve essere una priorità nazionale e l’azione di contrasto deve essere sempre forte e puntuale, a cominciare dal controllo del territorio, dalla confisca dei patrimoni che va rafforzata e resa effettiva, nonché dalla adozione di normative europee contro il riciclaggio dei capitali.

Vanno incoraggiati, estesi e consolidati fenomeni come quello che ha visto in Sicilia una rottura senza precedenti da parte di alcune associazioni imprenditoriali della zona grigia di acquiescenza al racket e alla mafia. Occorre spingere le forze politiche ad adottare moduli di selezione della classe dirigente che mettano fuori dalla rappresentanza connivenze e compiacenze. Occorre rafforzare il controllo di legalità sulle attività della P.A. dando anche più strumenti ai cittadini per partecipare ed intervenire. La normativa sugli appalti dovrà favorire la qualificazione delle imprese e contrastare il lavoro nero e il mancato rispetto delle normative di sicurezza.

La battaglia alla mafia deve anche connotarsi significativamente sul terreno della qualità dello sviluppo sociale, della cultura della legalità, della educazione alla non violenza.

In Sicilia occorre passare da una legalità debole e non riconosciuta ad una legalità forte e condivisa, perché certa, efficace, semplice.

La pratica della illegalità è favorita dalla cultura della conservazione dei privilegi, dell’assistenzialismo, del sostegno pubblico come favore. Il rispetto delle leggi e della convivenza civile , il rifiuto delle pratiche clientelari e di scambio costituiscono per noi valori discriminanti, che vanno perseguiti senza indugi.

La Sicilia dei diritti e delle pari opportunità

I diritti come pari opportunità devono tradursi nella certezza di accesso per tutti, senza discriminazioni, alla società che produce, che studia, che fruisce dei servizi, con particolare attenzione ai soggetti deboli e a rischio. Fondamentale è l’attivazione di politiche attive contro l’esclusione sociale e la povertà che riguardano fasce consistenti della popolazione. Va lanciata una strategia di produttività e di formazione di ricchezza, garantendo comunque un sistema di sostegno al reddito articolato per gruppi sociali, che vada dal reddito minimo alla messa a disposizione di servizi.

Un grande fattore di cambiamento sociale è dato dalla concreta affermazione del principio di parità di genere, che passa anche dalla presenza delle donne nei posti di responsabilità, ma che necessita di interventi nel settore del lavoro e della formazione, delle politiche sociali e della cittadinanza, allo scopo di favorire la conciliazione dei tempi di vita, della famiglia e del lavoro. Grande attenzione va riservata al contrasto, soprattutto culturale, della violenza sulle donne e sulla realizzazione di misure e strutture.

Al contempo occorre dare centralità alle politiche a favore della famiglia, alla formazione delle giovani coppie, al mantenimento in famiglia dei soggetti deboli.

Il privato sociale organizzato ed il terzo settore costituiscono ormai una realtà radicata, di cui occorre favorire un ordinato sviluppo, nell’ottica della sussidiarietà orizzontale.

La salute è un diritto, prima di essere un servizio alla collettività. Una invasiva gestione politica, unita ad una gestione organizzativa dissennata hanno portato la sanità in Sicilia al tracollo, a gravi inefficienze, a limitazioni nel servizio pubblico. Insistiamo perché vengano inserite regole chiare e trasparenti per la selezione dei dirigenti ed una puntuale verifica dei risultati da parte di organismi terzi. Al contempo pensiamo sia tempo di redigere un nuovo organico piano sanitario.

Rientrano nel concetto più generale di salute anche le attività motorie e lo sport, che costituisce, altresì, un fattore di crescita sociale che va organicamente sostenuto in tutte le sue articolazioni, agonistiche, amatoriali, curative.

Il sistema scolastico e formativo siciliano è fortemente deficitario e, nel paragone con le altre realtà, sembra che la Sicilia scivoli verso la società dell’ignoranza. E’ centrale, dunque, l’iniziativa perché venga realizzato un sistema scolastico evoluto e di qualità con al centro la scuola pubblica statale, con adeguate risorse, con interventi sull’edilizia e sulle attrezzature, nonché sul diritto allo studio.

I siciliani devono poter esercitare il proprio diritto all’ambiente, attraverso la conservazione degli habitat naturali e delle biodiversità, la salute degli ecosistemi, l’uso razionale delle risorse, l’applicazione dei principi di protezione e di precauzione.

La politica ambientale non deve essere ispirata dai vincoli, ma dalla creazione di opportunità. Le problematiche dello sviluppo economico e quelle dell’ambiente devono confluire verso l’unico obiettivo di accrescere la qualità della vita attuale e delle generazioni future, superando una impostazione riduttiva e orientata solo verso l’aumento della ricchezza e delle merci.

La sostenibilità nuova frontiera dello sviluppo

Lo sviluppo della green economy è la risposta più robusta che può essere data alla esigenza di uscire positivamente dalla crisi economica, ma anche per cogliere le potenzialità di crescita della Sicilia. Per questo vanno rifiutati modelli di infrastrutturazione come quelli sostenuti dal governo Berlusconi, che fanno perno sul Ponte dello Stretto e sulle centrali nucleari o anche proposte come il piano casa presentato dal governo regionale. che sono rivolti al passato, oltre ad essere difficilmente sostenibili. Quella della sostenibilità e della green economy deve essere una opzione precisa, che orienta le scelte di investimento, gli indirizzi normativi, i comportamenti diffusi nella realizzazione e nell’utilizzo dei beni.

Appartengono a questa opzione:

a) la gestione del ciclo dei rifiuti, rispetto al quale ribadiamo la necessità di un nuovo piano regionale che affronti i temi della limitazione nella produzione dei rifiuti, della incentivazione

della raccolta differenziata, del sostegno al mercato delle materie prime seconde, dei sistemi di smaltimento finale non inquinanti, nonché il tema del riassetto degli ato con chiara separazione tra autorità d’ambito e gestione del servizio, e aiuti gli enti locali e le società d’ambito con l’adozione di piani di rientro dai debiti;

b) l’uso e la gestione dell’acqua, rispetto ai quali crescono sempre più le perplessità e le forme di opposizione sociale nei confronti dell’affidamento ai privati, che richiedono la revisione dei meccanismi per affermare la proprietà ed il controllo pubblici su un bene che è vitale per ognuno.

c) la questione energetica, decisiva per il futuro, sia per il contributo che ne può venire nella lotta ai cambiamenti climatici, sia perché la Sicilia può diventare regione di punta nel Mediterraneo nello sfruttamento delle fonti pulite e rinnovabili, in termini di posizionamento scientifico e tecnologico. Importanti sono l’incentivazione per la produzione e la diffusione di veicoli a basse o nulle emissioni, l’individuazione di programmi di ricerca e il potenziamento di quelli già presenti, l’avvio della trasformazione dei petrolchimici in poli di produzione energetica alternativa, una pianificazione idonea a supportare il risparmio e l’efficientamento energetico degli edifici, il completamento della rete di trasporto della energia elettrica.

d) la rete dei trasporti, per realizzare un sistema efficiente ed ecosostenibile. I collegamenti interni, il potenziamento della rete ferroviaria, l’implementazione delle autostrade del mare, l’intermodalità, rappresentano alcune delle opzioni principali.

L’economia siciliana non riesce a garantire lavoro, che va ricercato basandosi sulla risposta a bisogni reali e sullo sviluppo delle attività produttive.

Alcuni nodi fondamentali da affrontare e risolvere riguardano:

1) la rinascita di una cultura d’impresa e del lavoro distrutta dall’assistenzialismo e dallo scambio clientelare; il talento ed il merito devono tornare ad essere i fattori per l’ inserimento, soprattutto nei settori pubblici, e per il successo;

2) la formazione delle risorse umane, laddove va radicalmente riformato un sistema che assorbe e spreca risorse imponenti, attraverso piani unici formativi, i distretti territoriali, il coinvolgimento dei soggetti attivi sul territorio a cominciare dalle imprese.

3) Il superamento del precariato. Cominciando con il non produrne di nuovo e prevedendo procedure chiare per il transito dei precari verso forme di lavoro stabile;

4) L’utilizzo delle risorse pubbliche, in particolare quelle di fonte comunitaria e nazionale che, attraverso una programmazione sapiente devono essere investite prioritariamente nel rafforzamento della attrezzatura complessiva dei territori e nel potenziamento dell’offerta dei beni collettivi. Non si può ipotizzare, però, che i capitali privati vengano investiti in Sicilia senza che vi sia un preciso indirizzo pubblico che induca a localizzare gli investimenti in alcuni settori, determinando condizioni più favorevoli, almeno nelle fasi di start-up. Gli incentivi e le varie forme di sostegno alle imprese devono essere automatici e non intermediati, diretti a privilegiare l’innovazione e la crescita tecnologica, mirati al sostegno dimensionale e alla consistenza del lavoro che si genera;

5) Il sostegno alle piccole e medie imprese, alle imprese cooperative, che costituiscono l’asse portante della economia siciliana, sia in fase di creazione di nuove imprese, soprattutto per quelle giovanili e femminili, che durante la normale attività. Va privilegiato l’uso del credito agevolato ed il rafforzamento del capitale di impresa, anche per diminuire l’elevata dipendenza delle imprese siciliane dall’indebitamento bancario che diventa oggi causa di forti restrizioni e di aumento del rischio insolvenza. Va organizzata e sostenuta la diffusione delle innovazioni tecnologiche. Vanno riorganizzate le Asi, puntando su modelli gestionali affidati alle imprese.

I settori trainanti della economia siciliana sono anche quelli dove è più facile la dimensione della sostenibilità e la riconversione verso modelli di green economy. Così è per l’agricoltura e

la pesca, ma anche per il turismo collegato alla qualità dell’ambiente ed integrato con i beni culturali e con i circuiti enogastronomici.

Occorre guardare all’agricoltura in modo integrato con il sistema turistico, con l’artigianato e nei rapporti di filiera, con particolare attenzione all’accorciamento della filiera che porta il prodotto dal produttore al consumatore. Importante è il sostegno alla penetrazione sui mercati e la creazione di centri per l’abbattimento dei costi di trasporto, il sostegno all’industria di prima trasformazione, lo sviluppo del mercato biologico e del sistema di certificazione dei prodotti tipici e di qualità.

E’ strategicamente rilevante che la Sicilia non perda e se possibile, acquisisca insediamenti di grandi industrie, per l’apporto occupazionale che danno, ma anche come elemento di trasmissione di know how tecnologico e di impresa, nonché di propulsione della ricerca, come è stato e ancor di più può essere con la Fiat e la STM.

Una delle più importanti iniziative da portare avanti è la riqualificazione delle aree urbane periferiche, delle aree degradate soprattutto costiere, il recupero del patrimonio architettonico e dei centri storici minori, la rinaturalizzazione del territorio.

Al contempo va prestata grande attenzione allo sviluppo delle nuove tecnologie ed alla diffusione dell’informatica, come fattore di crescita sociale ed anche di nuove relazioni, ad esempio tra cittadini ed istituzioni, così come alla informazione ed alla comunicazione.

Riforme per uscire dalla crisi

Alcuna seria prospettiva di sviluppo è immaginabile senza un radicale cambiamento della Regione, che la crisi economica ha fatto esplodere e che a sua volta impedisce qualunque strategia di uscita in positivo dalla crisi.

La riforma della Regione deve realizzare gli obiettivi della snellezza, dell’efficienza e del controllo di legalità, del trasferimento stabile di risorse e competenze agli enti locali.

La Regione che serve ai siciliani è quella che organizza tramite le regole, fa sistema con i protagonisti sociali e gli enti locali, sviluppa la coesione, la concertazione e la partecipazione democratica come metodo di governo.

Una Regione in cui venga restituita centralità alla società civile ed agli enti territoriali.

E’ indispensabile affrontare un percorso di rigorose riforme che affrontino i nodi strutturali, quali la sanità, la formazione professionale, gli ato rifiuti.

Centrale è la questione del federalismo interno. Anche la nostra regione ed immediatamente gli enti locali sono stati investiti ed ancor più lo saranno nei mesi a venire dai processi di riforma in senso federalista dello stato. Si deve ridisegnare l’assetto delle funzioni, delle competenze e delle risorse tra regione ed enti locali, occorre prepararsi a introdurre gli obiettivi di servizio, collegati agli standard di efficienza ed ai relativi costi. Se il federalismo nasconde insidie ed incognite, di certo però, può diventare occasione per un forte cambiamento delle istituzioni in Sicilia.

Altrettanto decisiva è la riforma della spesa, attraverso l’introduzione del bilancio organizzato per missioni ed obiettivi misurabili e verificabili, l’attività di controllo parlamentare, della Corte dei Conti e dei cittadini attraverso i bilanci sociali.

Serve un piano di riequilibrio poliennale che affronti con interventi e riforme radicali alcuni comparti di spesa quali: il precariato, il personale, il sottobosco degli enti, la dispersione delle risorse che vengono spese senza alcuna valutazione di efficacia, il controllo dell’indebitamento.

Il PD motore del cambiamento

Per realizzare queste prospettive di profondi cambiamenti è necessario un motore politico che soltanto il Partito Democratico siciliano può essere.

Il Partito Democratico siciliano deve manifestarsi all’altezza del compito, per questo occorre ricostruire un partito che abbia un chiaro e riconoscibile profilo politico e programmatico, che sia radicato nei territori e nei gangli vitali della società siciliana, che sia capace di coagulare e di impegnare utilmente grandi risorse umane, che attragga il consenso necessario per lottare e vincere la battaglia politica.

Il partito Democratico siciliano ha completato una elaborazione del suo statuto che mira ad affermare da una parte la necessità di un partito nazionale che lavori a ricomporre le basi della unità nazionale oggi seriamente minacciata da quella che viene definita come secessione silenziosa, dall’altra rivendica un impianto di tipo federalista con piena autonomia di indirizzo politico e di scelta, nel rigoroso rispetto delle regole, dei rappresentanti istituzionali e dei parlamentari che devono essere espressione del territorio siciliano.

Il PD siciliano ha accumulato in questi due anni anche un discreto patrimonio di elaborazione e di proposte: dai documenti costituenti quali il manifesto dei valori, il programma per il 2008, il programma infrastrutture, ai più recenti documenti sul federalismo fiscale, sulla crisi economica, sulle elezioni europee del 2009. Non è stato però fatto uno sforzo organizzato per fare diventare queste elaborazioni patrimonio di tutto il partito e non si è realizzato un sufficiente livello di iniziativa per veicolarlo nell’azione concreta e nella società siciliana.

Essi costituiscono un punto di riferimento condiviso.

Il PD deve diventare un partito orgoglioso delle culture politiche che lo compongono, rispettoso delle diversità, ma tutto proiettato nel confronto delle idee e sulle iniziative da portare avanti.

Occorre lavorare per evitare che permangano logiche di vecchie o di nuove parziali appartenenze, creando un clima di leale collaborazione e di reciproca fiducia nei militanti e nei gruppi dirigenti.

Al contempo il PD deve acquisire credibilità e affidabilità nei confronti dei cittadini e degli elettori.

Occorre, soprattutto, adoperarsi per far corrispondere sempre gli enunciati ed i propositi, soprattutto se riferibili a valori fondanti, ai comportamenti concreti ed alle scelte che si compiono, sia all’interno del partito che nei confronti della politica e della società.

Il lavoro nel partito privilegerà il metodo della collegialità, anche per contribuire a diffondere e consolidare la dimensione e la percezione di un partito solidale e collettivo.

Chi assumerà responsabilità di vertice dovrà organizzare il lavoro di squadra, stimolare e orientare il dibattito, rappresentare adeguatamente la linea politica, promuovere le iniziative.

Il PD siciliano deve incrementare la quantità e la qualità della sua elaborazione, attraverso soprattutto la costruzione di luoghi e di momenti di confronto e di proposta, con una interlocuzione aperta con i protagonisti sociali, le organizzazioni sindacali, professionali, di categorie produttive, ma anche con il diffondersi delle consulte stabili e dei forum tematici che coinvolgano soggetti attivi dentro il partito ma anche esperti, studiosi, attori sociali che vogliono dare il proprio contributo.

Il PD siciliano deve realizzare sempre più iniziative politiche, anche focalizzate su singoli temi importanti ed utilizzare la metodologia della campagne per sensibilizzare e coinvolgere le cittadine ed i cittadini. Nel PD dovranno organizzarsi vere e proprie strutture di servizio che corrispondano alle esigenze più avvertite nel fare politica quotidiana.

Il PD siciliano deve far fruttare al meglio il patrimonio di iscritti che esso rappresenta, riorganizzando dal basso la presenza nei territori e da questo punto di vista è fondamentale che ad ogni circolo nei comuni come nelle grandi città corrisponda una sede organizzata, luogo di aggregazione e di confronto, un punto di riferimento per le istanze dei cittadini.

I circoli dovranno promuovere una costante partecipazione e lo sviluppo delle attività dei circoli che, tuttavia, non devono pensare di racchiudere in se stessi tutta la dimensione politica del PD, ma devono lavorare per allargare la partecipazione consapevole dei cittadini elettori. Gli iscritti hanno il fondamentale ruolo di organizzare i circoli, di esprimere gruppi dirigenti locali capaci e rappresentativi, di sostenere le iniziative.

Vanno però realizzati momenti significativi e costanti di allargamento ai simpatizzanti ed agli elettori, sia attraverso le primarie, sia attraverso l’organizzazione di consultazioni su questioni rilevanti, sia attraverso un rapporto fecondo con le varie realtà associative presenti sul territorio, che vogliono proporsi come nostri interlocutori, sempre nel rigoroso rispetto della loro autonomia.

Bisogna realizzare e mantenere collegamenti funzionali e politici stretti con le realtà periferiche e le strutture territoriali, così come occorrerà insediare e far ben lavorare le strutture previste dallo statuto regionale del partito.

Grande importanza si assegna alla comunicazione esterna ed ai flussi informativi interni al partito, per questo sarà organizzata una struttura regionale dedicata e si incentiverà l’utilizzo degli strumenti massmediali ed informatici.

Va promosso il ricambio generazionale insieme all’ingresso in ruoli chiave di soggetti finora esclusi o poco presenti. Per questo il PD si adopererà per promuovere l’assunzione di responsabilità nei ruoli dirigenti del partito a tutti i livelli dei giovani e delle donne, come scelta di fondo e non soltanto per dare attuazione allo statuto regionale del partito.

Una forte interazione va realizzata con gli amministratori locali del PD, a partire da quelle amministrazioni in cui esercitiamo un ruolo di governo. Il partito deve essere al fianco di chi governa e comunque opera negli enti locali con coraggio, con onestà e con determinazione e rappresenta anche il primo interfaccia del nostro partito verso i cittadini.

Una consulta permanente degli amministratori locali può essere uno strumento utile.

Allo stesso tempo vanno costruite una grande sinergia e sintonia con il gruppo parlamentare all’Ars e con i parlamentari nazionali ed europei. In particolare va valorizzato il lavoro dei deputati al parlamento siciliano, che rappresenta il punto di applicazione più alto per la politica in Sicilia.

Il PD siciliano dovrà svolgere fino in fondo e con determinazione il ruolo di opposizione che i risultati elettorali gli anno assegnato, ma esso lavora per costruire una maggioranza politica che in Sicilia abbia la volontà e la forza di avviare un forte programma di cambiamento.

Per questo occorre riprendere il dialogo con le altre forze politiche di centrosinistra, nella chiarezza e nella specificazione dei punti programmatici, nel reciproco rispetto, nella costruzione di momenti comuni di confronto e di iniziativa.

La crisi politica del centro destra in Sicilia ha aperto uno scenario non previsto e può sfociare in soluzioni anche imprevedibili.

La rottura del centro destra sta disarticolando il blocco di consenso che ha trovato il suo punto di forza nel modello di regione insostenibile di cui si è parlato ed anche per questo dobbiamo manifestare attenzione nei riguardi di una rottura del quadro di alleanze che segnasse in modo definitivo il posizionamento di soggetti politici organizzati al di fuori dello schieramento di centro destra.

E’ certo tuttavia che non ci faremo coinvolgere in una prospettiva e neanche in una discussione che mantenesse il PD in una posizione subalterna e non assolutamente coerente con il suo profilo politico e programmatico.

Il lavoro che ci aspetta è gravoso, ma grande è l’impegno ed anche l’affetto che esprimiamo verso il nostro partito, entusiasmante la prospettiva che esso si affermi come forza decisiva per ridare un futuro alla Sicilia.

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permalink | inviato da bersanibarrafranca il 7/9/2009 alle 12:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
31 agosto 2009

mozione Bersani

PER

IL PD

e

PER

L’ITALIA

 

 

IDEE PER IL PD E PER L’ITALIA

Il Partito Democratico è la più grande intuizione degli ultimi venti anni. Noi crediamo nel progetto

cresciuto sulle radici dell'Ulivo. Desideriamo alimentarlo con le passioni e le intelligenze di donne e

uomini pronti a rinnovare la politica italiana.

Ciò che abbiamo realizzato nei primi venti mesi è al di sotto del progetto che intendevamo

perseguire.

Ciò che il Pd aveva di meglio da dire agli italiani non lo ha ancora detto.

Il

 

non ancora del Pd indica ciò che possiamo diventare: il grande partito riformista che milioni diconvincere e vincere.

2

Il nuovo mondo

Si chiude un ciclo della storia mondiale. Le ideologie, le relazioni internazionali, i poteri reali e gli

stili di vita che hanno dominato l’ultimo trentennio sono in affanno. Il vecchio mondo non c’è più e

il nuovo non ha ancora un volto.

Chi avrebbe mai potuto immaginare soltanto qualche anno fa che un presidente degli Stati Uniti di

origini africane avrebbe richiamato i doveri dell’Occidente e delle responsabilità dell’Africa proprio

nel luogo da cui partivano le navi cariche di schiavi?

Nessuno ragionevolmente pensa più che si possa dislocare un esercito in ogni parte del mondo, che

la grande finanza possa decidere la ricchezza delle nazioni, che la Terra possa sopportare un modello

di sviluppo fondato sulla distruzione delle risorse. Il senso del limite sta diventando senso comune.

Un atteggiamento più riflessivo verso i grandi squilibri del mondo va diffondendosi in aree culturali

diverse, in soggetti politici e nelle chiese, come dimostra anche l’ultima enciclica papale. E' il

momento di rimettere mano ad accordi globali sulla regolazione della finanza chiamando al tavolo i

paesi emergenti, di porre sotto controllo la speculazione sulle materie prime, in particolare quelle

alimentari, di tendere una mano alle nazioni più povere.

Quanta diseguaglianza può reggere la società? Fino a quando le oligarchie economiche potranno

tenere in scacco le istituzioni della democrazia? Come si può dare vita ad un modello di sviluppo che

rispetti l’ambiente e non distrugga il pianeta? Sono interrogativi che chiamano in campo

politica

gruppi sociali, che induce un nuovo modo di pensare. Solo su questo si può fondare un nuovo partito,

sulla ricerca di una base comune per condividere i pensieri e le azioni con i quali vivere il mondo

nuovo, altrimenti si scivola nelle dispute della gestione dell'esistente.

la grande: la politica che sa indicare un orizzonte, che riorganizza le forze, che muove interessi e

Democratici del XXI secolo

L’impeto della trasformazione ha sopravanzato il potere di regolazione e di controllo; la crisi tuttavia

dimostra che senza regole né controlli non esiste vero sviluppo. Si è dimostrata impraticabile la via

di una crescita economica che non tenga conto dei limiti dell'ecosistema, costringendoci ora ad una

impegnativa corsa alla riduzione delle emissioni per affrontare la crisi climatica.

La causa fondamentale della crisi viene da lontano: da oltre un quarto di secolo, infatti, i redditi da

lavoro perdono potere d’acquisto ed esplodono le disuguaglianze. Col prevalere di una finanza

sempre più spregiudicata, la ricerca del profitto si è separata dalla creazione di valore economico e

sociale. La speculazione ha vinto sulla produzione e l’appropriazione sregolata in economia è

divenuta oligarchia in politica, spesso in versione tecnocratica. Si è incrinato il grande patto

nazionale tra capitalismo e democrazia che aveva segnato il Novecento e si è imposto quel “pensiero

unico” neoliberista che ha influenzato anche tanti riformisti.

La globalizzazione ha inciso sulla vita di ciascuno di noi, offrendo straordinarie opportunità e

aprendo nuovi orizzonti alla conoscenza. Il ruolo della donna nella società misura ormai il livello

della democrazia in tante parti del mondo, come si è visto anche nella recente rivolta democratica in

Iran. Ma la globalizzazione ci ha portato anche le paure sotto casa e ci ha spinto ad una competizione

senza limiti e a volte senza diritti. In ogni campo, ci mette di fronte a nuove impegnative questioni

che impongono un ritorno alle radici dell'umanesimo.

Perché dunque abbiamo chiamato “democratico” il nostro partito? Solo per evitare di pronunciare

parole più impegnative o per segnare il campo post-ideologico? No, il partito si chiama

“democratico” perché si misura con i problemi fondamentali della democrazia del nostro tempo.

3

L'Europa e i riformisti

La crisi restituisce attualità alle idee di fondo del riformismo: non c’è crescita senza qualità sociale e

giusta redistribuzione delle risorse; ci vuole cura dei beni collettivi e dell’ambiente; le politiche

pubbliche devono regolare lo sviluppo e assicurarne la sostenibilità; la cooperazione internazionale è

la via maestra per promuovere la pace. Nessun cittadino, nessun ceto sociale, nessun Paese può

progredire davvero bene se anche gli altri non trovano la strada per stare un po’ meglio. Tutto ciò fa

appello ai riformisti, ma, al contempo, rivela l’esaurimento delle risposte che essi hanno dato nel

corso del Novecento. Ritrovare l’orgoglio della tradizione e affrontare con coraggio la strada

dell’innovazione è il doppio imperativo che ci sta di fronte. Non aver perseguito né l’uno né l’altro

ha lasciato campo libero alle destre in Europa.

Gli Stati Uniti hanno saputo reagire al pericolo di una crisi di egemonia dando vita ad una

leadership

democratica capace di imprimere un nuovo senso alle relazioni internazionali. Lo stesso avviene in

tanti altri paesi, dal Brasile all’India. Perché l’Europa va in senso contrario? C'è una causa materiale,

perché il grande compromesso sociale realizzato dal riformismo europeo è stato scosso dalla

competizione globale che ha aggredito i diritti del lavoro. Ma c'è anche una responsabilità delle forze

progressiste che hanno governato quasi tutti i paesi europei negli anni Novanta. Anziché procedere

con un balzo in avanti dalla moneta unica all’unità politica dell’Europa, quasi tutte le sinistre, anche

le più coraggiose nella revisione ideologica, sono rimaste prigioniere del limite più grave

dell’esperienza socialdemocratica: la dimensione nazionale. Le forze progressiste del continente

devono compiere oggi il passo che mancò allora: iscrivere all’ordine del giorno il rilancio dell’unità

politica europea e il rafforzamento della sua legittimità democratica e istituzionale

L’Alleanza dei democratici e dei socialisti nel Parlamento europeo non è solo un felice approdo, ma

un punto di partenza e un orizzonte per una ricerca comune, oltre i confini delle culture politiche del

Novecento. I progressisti in Europa hanno bisogno di innovazione. Noi, il Pd, siamo nati da una

grande innovazione politica e possiamo quindi dare un contributo originale. Qui abbiamo un merito e

una responsabilità.

In Europa per l’Italia

L’orizzonte europeo è la certezza dei riformisti italiani. Il nostro europeismo nasce dalla necessità di

contribuire al governo democratico mondiale e, insieme, di promuovere la modernizzazione

dell’Italia.

Non aver dato attuazione al piano Delors e al trattato di Lisbona rischia di causare una disaffezione e

un ripiegamento del progetto europeo, che mantiene invece intatte le sue potenzialità.

L’Unione Europea è la forma più avanzata di governo multilaterale e democratico della

globalizzazione; il suo modello sociale è visto in tante parti del mondo come la migliore risposta alla

crisi. Per non smarrire le opportunità serve una ripresa coraggiosa della politica comune: una

cooperazione per il governo dei flussi immigratori, specie nel Mediterraneo; un'azione diplomatica

congiunta, innanzitutto per la soluzione dei conflitti mediorientali; una rigorosa applicazione degli

obiettivi di riduzione dell'inquinamento; il finanziamento di progetti europei per la ricerca e le

tecnologie.

Ma la vera novità deve essere un Piano Europeo per il lavoro, per rilanciare la crescita economica e

lo sviluppo sostenibile, cioè un patto politico tra governi, forze sindacali e produttive per finanziare

ristrutturazioni nel settore bancario e manifatturiero; promuovere una politica industriale condivisa;

4

realizzare infrastrutture europee; sostenere la nuova occupazione e le piccole e medie imprese;

attuare un programma di sostegno al reddito e di formazione per i lavoratori coinvolti nei processi di

ristrutturazione industriale.

L’Italia a sua volta ha bisogno dell’Europa, perché in questa dimensione le sue virtù vengono esaltate

e i difetti avviati a soluzione. Non a caso l’adesione all'Euro, voluta da Prodi e Ciampi, è stata la più

grande riforma italiana dell’ultimo quindicennio. L’Europa può oggi aiutarci a valorizzare merito e

responsabilità, accelerare il ricambio generazionale, modernizzare le reti tecnologiche, promuovere

la parità fra i sessi, migliorare le politiche ambientali e ampliare la sfera dei diritti.

Un Paese che merita di più

I tessuti connettivi del Paese sono sempre stati deboli. In assenza di profonde riforme rischiano ora di

sfilacciarsi sotto la pressione della globalizzazione. E' a rischio la coesione del Paese, non solo

nell'antico squilibrio tra Sud e Nord, ma nell’intera organizzazione sociale: tra un’aristocrazia

economica da una parte e classi medie impaurite dall'altra, tra chi si arricchisce con le rendite e chi si

impoverisce lavorando, tra chi sa e chi non saprà mai, tra chi scommette sul futuro e chi recinta

l’esistente.

Lavoro e cittadinanza

La prima, fondamentale frattura nasce dall'indebolimento del lavoro, in netto contrasto con la sua

rilevanza nell'economia della conoscenza. Le conseguenze si sono sentite sui redditi dei lavoratori

dipendenti, rimasti bloccati in termini reali, sulle donne trattate spesso come anello debole, e sui

giovani che hanno subito una precarizzazione senza diritti. Troppe volte, in primis con le

inaccettabili morti bianche, è venuta meno quella

fondamento della cittadinanza. Se il lavoro perde dignità, anche la democrazia si indebolisce. E per

dare forza al lavoro è decisivo il rinnovamento delle forze sindacali, insostituibili fattori di

arricchimento della democrazia.

Nella cittadinanza il lavoro si esprime come attività umana che contribuisce a regolare le relazioni

sociali, oltre la contrapposizione tra lavoratore e impresa.

Noi italiani conosciamo meglio di altri il nesso profondo fra lavoro e cittadinanza, perché è alla base

di quelle strutture economiche che il mondo ci invidia, i distretti e le filiere produttive dove la cultura

del lavoro è radicata nelle reti sociali, nei rapporti tra imprenditori e dipendenti, nelle identità del

territorio e nella cooperazione dei saperi.

dignità del lavoro che la Costituzione pone a

Ci sono natura, storia e conoscenza nella crescita italiana

Curare l'ambiente in cui viviamo richiede un cambiamento di comportamenti, di priorità e di

convenienze. Tutto ciò è anche occasione per nuovi investimenti e crescita economica. Una vera

.

green economy

produzioni e nuovi consumi

questo bisogna curare i preziosi giacimenti di ricerca scientifica e di produzioni culturali che

contengono la principale ricchezza del Paese. E’ una sfida impegnativa, resa ancora più urgente dalla

crisi climatica e che vede in prima fila nel mondo le forze democratiche.

Non partiamo da zero. Grazie ai governi di centrosinistra milioni di italiani hanno scoperto i vantaggi

dei pannelli solari, del recupero edilizio e del risparmio energetico, mentre migliaia di piccole

imprese si sono giovate con il programma Industria 2015 di filiere produttive per le energie

5

rinnovabili, per la mobilità sostenibile, per i beni culturali e il “Made in Italy”. Ora è maturo un salto

di qualità: l'Italia può diventare un Paese all'avanguardia nell'utilizzo delle fonti rinnovabili e per il

risparmio energetico e su queste basi si può assegnare al Mezzogiorno una missione di crescita

tecnologica e di sviluppo economico. Tutto ciò implica il ritorno di efficienti politiche pubbliche per

l'innovazione e lo sviluppo sostenibile. Sono indispensabili per sostenere la domanda interna di

consumi collettivi e beni comuni, aumentare la richiesta di nuove tecnologie che non viene

sufficientemente dal tessuto produttivo, migliorare la qualità dell'organizzazione sociale, ridurre la

dipendenza energetica e in alcuni casi anche per riqualificare la spesa pubblica.

Campo di applicazione ideale di tali politiche sono le città, i borghi e i territori italiani. La bellezza

italiana si sposa con le produzioni immateriali dell’economia della conoscenza. E’ indispensabile una

politica nazionale del territorio in grado di cogliere l'occasione: la cura del ferro nelle città,

l’innovazione dell’industria edilizia verso bassi consumi, l'abbattimento delle emissioni di carbonio,

politiche per la casa in affitto, le reti per le città digitali, la prevenzione dei rischi nell’assetto

idrogeologico, politiche per l'agricoltura di qualità e la sicurezza degli alimenti, promozione del

consumo responsabile. Sapendo che ci sono natura, storia e conoscenza nella crescita civile ed

economica dell' Italia.

è anche una green society, cioè in definitiva società della conoscenza: nuove, saperi e diffusione di tecnologie, formazione e buone pratiche. Per

Fare le riforme

Una parte significativa del Paese prova a reagire alla crisi con i propri mezzi. Non è aiutata dalle

riforme, e anzi ha perso la speranza che si possano attuare davvero. Su questa delusione profonda

prospera la destra, proteggendo le rendite, perpetuando l’assistenzialismo, facendo finta di riformare

e offrendo solo scorciatoie di breve respiro alle legittime istanze dei settori produttivi

Su questa contraddizione il Pd e tutto il centrosinistra devono lavorare con serietà e impegno,

consapevoli che tanti elettori votano a destra perché ancora non percepiscono un'alternativa. Sono

lavoratori e professionisti, giovani e donne, innovatori e produttori che al Pd non chiedono urla e

proteste, ma una proposta praticabile per il governo del Paese. Sono imprese che hanno bisogno di

essere aiutate a superare la crisi e possono diventare protagoniste del nostro progetto. Sono ceti

popolari che soffrono a causa di bisogni primari insoddisfatti e classi medie che avvertono il rischio

di impoverimento. Bisogna affiancare coloro che fanno i conti con la crisi. Bisogna esserci. Per

suscitare un progetto, un orizzonte di cambiamento. Come hanno saputo fare i democratici

americani.

Abbiamo fiducia nel nostro Paese

Il nostro è un Paese che fa fatica a cambiare. Noi ne siamo parte, sia nei pregi sia nei difetti, e

abbiamo la responsabilità di aiutarlo a migliorare. Per questo abbiamo fiducia nell'Italia. Solo chi

stima un Paese è davvero in grado di riformarlo, perché conosce i punti di forza su cui agire. Le

virtù dell'Italia sono tante, il difetto uno solo, da tanto tempo: non vince ancora la voglia di futuro.

Girare il Paese verso il futuro vuol dire puntare sulla nuova generazione che è in movimento ma non

trova ancora rappresentanza: si fa avanti nel lavoro, nell’impresa e nelle professioni, nella cultura e

nell’innovazione, nell’impegno sociale politico, fra le donne e fra gli uomini. E oggi chiede di

voltare pagina: chiede un’Italia più giusta, più efficiente, più moderna, più libera. È al servizio della

nuova generazione che è nato il Pd. Ai giovani è chiesto di raccogliere il testimone delle radici del

movimento democratico: prendere le parti ed il punto di vista di chi lavora e produce, di chi è più

debole e subordinato per costruire una società migliore per tutti.

6

Da dove ripartire

Ridurre le disuguaglianze, liberare il merito

In passato sono mancati i punti riconoscibili della nostra proposta al Paese, ora dobbiamo

concentrarci sulle questioni più gravi: la cattiva distribuzione della ricchezza e il blocco della

mobilità sociale.

Per diventare un Paese meno diseguale l'Italia deve dotarsi di una moderna rete di sicurezza sociale:

riqualificare l’intervento pubblico e promuovere una nuova alleanza tra Stato, terzo settore e privati

ispirata al principio di sussidiarietà, nella chiarezza delle responsabilità. Riformare il welfare vuol

dire superare il dualismo del mercato del lavoro, che colpisce soprattutto i giovani, aprendo dei

processi univoci di inserimento e di stabilità del lavoro; sostenere le famiglie e i loro redditi;

introdurre un reddito minimo di inserimento; estendere la qualità del sistema sanitario e renderlo

sostenibile; aiutare i non autosufficienti. Ma l'obiettivo principale della riforma del welfare consiste

nell'innalzare la qualità dei servizi in modo da offrire alle donne una base sicura per affrontare i

diversi momenti della vita, dal lavoro, alla maternità, all'istruzione alla cura delle relazioni. Da

questa base è possibile promuovere la piena e buona occupazione femminile, superando il pesante

divario dell’Italia rispetto agli altri paesi europei e realizzando, così, una condizione essenziale per la

crescita e la competitività.

Chi non trova lavoro o ha perso il lavoro, dipendente o autonomo, deve poter contare su un sostegno

universale al reddito e su efficaci servizi pubblici di formazione e reinserimento. Bisogna occuparsi

di salario minimo, anche per vie contrattuali, sollecitare una contrattazione che assicuri il potere

d’acquisto e distribuisca meglio i guadagni di produttività. Va garantita nei fatti, e non a parole, la

sicurezza nei luoghi di lavoro.

L’innalzamento flessibile e volontario dell’età pensionistica va favorito, ma al contempo è necessario

estendere la contribuzione figurativa per i periodi di disoccupazione, di formazione o di esercizio di

responsabilità famigliari per innalzare gli importi delle future pensioni.

Queste politiche sono sostenibili con un nuovo patto di fedeltà fiscale, anche per eliminare

distorsioni della concorrenza, basato su una più equa distribuzione del carico tra i contribuenti e su

meccanismi che inducano l'emersione, la trasparenza, la tracciabilità nella formazione dei redditi e

delle basi imponibili

.

Per affermare una reale eguaglianza delle opportunità occorre una rivoluzione copernicana che ponga

al centro il merito e la responsabilità. L'Italia ha bisogno di una nuova stagione di liberalizzazioni:

meno barriere di accesso alle professioni, più concorrenza nei servizi, imprese maggiormente

contendibili, autorità realmente indipendenti,

imprenditori che scommettono sull'Italia il Pd deve proporre le riforme necessarie per competere:

incentivi per la capitalizzazione, gli investimenti produttivi e la ricerca e sviluppo; un rapporto

proficuo con le banche e con la pubblica amministrazione, meno tasse e meno burocrazia;

infrastrutture materiali e immateriali degne di un Paese europeo.

Il Paese chiede molto alla scuola italiana. È chiamata ad aiutare la mobilità sociale, a mantenere

unito il Sud e il Nord, a coltivare e praticare l’accoglienza degli immigrati, a rilanciare l’educazione

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permanente, a ripensare l’insegnamento tecnico per adeguarlo ai modi di produzione contemporanei.

Per questo bisogna anche aiutare la scuola a cambiare: lontana dalle burocrazie ministeriali e ricca di

autonomie, pronta a riconoscere i meriti, capace di valutare i progressi raggiunti rispetto ai livelli di

partenza, generosa nel restituire motivazione civile e professionale ai docenti. Scuola, università e

ricerca sono la prima fonte di energia per il Paese. Le università e gli enti di ricerca devono diventare

le migliori istituzioni italiane. Ci vorrà molto impegno. Si può cominciare con nuove regole di

finanziamento per aumentare i fondi a enti e atenei che raggiungono i migliori risultati scientifici,

che sono inseriti nelle reti internazionali e che riconoscono i talenti dei giovani. Anche così si riporta

il merito dal cielo alla terra.

class-action a difesa dei consumatori. Agli

Riformare lo Stato per mantenere unita l'Italia

Il principale problema italiano è se in futuro si potrà ancora parlare di Repubblica una e indivisibile.

Molti, dapprima soltanto al Nord e ora anche al Sud, dichiarano apertamente che è meglio fare da

soli. Questo spirito di separazione non riguarda soltanto lo squilibrio territoriale, ma pervade il corpo

sociale e lo spirito pubblico. Rinnovare il patto di unità nazionale è il compito storico-politico del

Partito democratico, è l’anima del nostro progetto.

La modernizzazione del Paese è il linguaggio comune di una nuova reciprocità tra Nord e Sud: le

riforme che si muovono in questa direzione rispondono alle domande del Nord ma, al contempo,

mettono anche in movimento il Sud. Al Sud, la nostra ambizione è quella di pronunciare la parola

“Mezzogiorno” in una prospettiva rinnovata. Gli investimenti devono essere garantiti, non rubati, né

rapinati né dispersi. Sono necessari meccanismi automatici, non intermediati, per sostenere gli

investimenti di impresa e premiare chi raggiunge determinati standard di servizi. C'è bisogno di

perequazione delle infrastrutture e dei beni collettivi. Il Sud potrà svilupparsi davvero soltanto se

messo in condizione di farlo con le proprie forze.

La divisione nasce dalla crisi dello Stato, ormai causa del rancore del Nord e strumento di

dipendenza al Sud. Riformare lo Stato quindi, è l'unica via per mantenere unita l'Italia. Il federalismo

responsabile e solidale è la rotta da seguire per avvicinare le istituzioni ai cittadini. Esso affonda le

radici nel patrimonio delle culture autonomistiche e popolari di cui siamo eredi. Le sfide per

l'immediato futuro si chiamano attuazione del federalismo fiscale, razionalizzazione e riforma delle

autonomie locali, trasformazione del Senato in Camera delle Regioni e delle Autonomie. Ma lo Stato

va anche riorganizzato secondo il principio della sussidiarietà orizzontale, valorizzando le energie di

civismo democratico, del terzo settore e del volontariato.

Un’Italia unita da Nord a Sud fa bene prima di tutto agli italiani: accresce la nostra ricchezza e la

nostra creatività, ci rafforza a livello internazionale.

Legalità è democrazia

C’è in Italia una crisi di legalità che erode le basi dell’organizzazione civile. Parte del territorio è

presidiato dalle mafie, settori dell’economia sono intrecciati con la criminalità; l’abusivismo

continua a sfigurare il Bel Paese, i diritti spesso diventano favori; continua l’odiosa violenza contro

le donne, il lavoro nero cancella l’uguaglianza e, troppe volte, la vita; imprese e cittadini spesso non

possono contare in tribunale sul giusto risarcimento di un danno subito.

Se a tutto ciò aggiungiamo le attività criminali legate all’immigrazione irregolare, è facile

comprendere perché esploda l’insicurezza dei cittadini, e soprattutto dei ceti più disagiati, costretti a

pagare il prezzo dei nuovi venuti, oltre a quello più pesante della crisi, senza vederne alcun

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vantaggio. La legalità deve garantire la sicurezza, la prevenzione e il contrasto di fenomeni criminali

che ostacolano la convivenza civile e alimentano le paure.

Su questi temi possiamo passare all’attacco. Il centrodestra, infatti, agita il problema della sicurezza,

ma aggrava ogni giorno la crisi di legalità con i condoni. Per proteggere il suo leader non esita a

indebolire gli strumenti di controllo dei corpi dello Stato. La legalità non ha a che fare con il colore

della pelle, e neppure con il taglio dell’abito. O è per tutti, oppure non è legalità. Noi crediamo che la

legge debba essere uguale per tutti: per i ricchi e per i poveri, per gli italiani e per gli stranieri, per i

giudici e per i politici, per chi è famoso e per chi non lo è. La domanda di sicurezza va presa sul

serio, con una strategia coerente attenta a favorire la libertà invece di soffocarla, a creare un sistema

moderno di certezze e di garanzie giuridiche, ad accrescere la convivenza civile. Vogliamo

progettare la sicurezza mettendo a fattor comune le diverse risorse istituzionali e sociali, forze di

polizia, magistratura, enti territoriali, polizie locali, associazionismo civile e servizi alla persona,

assicurando la qualità del lavoro svolto dagli operatori pubblici che hanno il dovere di tutelare la

comunità.

Per realizzare le riforme abbiamo bisogno non soltanto dell’efficienza, ma anche del buon nome

della pubblica amministrazione. Che si ottiene, come per le politiche industriali, attraverso

meccanismi permanenti di riforma nelle molte e diverse strutture pubbliche, con strumenti efficaci di

valutazione dei risultati e coraggiosi ripensamenti dell'organizzazione del lavoro, anche utilizzando

l'occasione delle nuove tecnologie.

La destra preferisce insultare la pubblica amministrazione, senza riformarla. E quale credibilità può

avere il governo delle leggi

Una riforma sana e virtuosa dell’amministrazione comincia dall’alto, con il buon esempio della

politica. È una sfida anche per noi. A cominciare dai costi della politica che devono essere equiparati

ai costi medi nei principali Paesi europei

alto profilo morale, sobria nei comportamenti, animata dallo spirito di servizio e di rispetto per le

istituzioni e la comunità. Ci sono nel territorio molti nostri giovani amministratori, cresciuti con

questo impegno, da promuovere e da valorizzare.

ad personam per chiedere ai dipendenti pubblici di essere irreprensibili?. Il Pd ha il compito di dare al Paese una classe politica di

Laicità e valori condivisi per un’Italia più civile

Molti si sono chiesti se l’Italia stia perdendo le antiche virtù democratiche. Non è così. Di certo,

però, è mancato un contrappeso culturale ai rischi di regressione civile. È venuta l’ora di richiamare

ad alta voce altri valori e altri principi: che il momento più alto di una democrazia si rivela quando il

potente china il capo di fronte alla legge; che il mio benessere aumenta se anche l’altro migliora le

sue condizioni; che le classi dirigenti devono educare i giovani con il buon esempio nello studio e nel

lavoro.

Bisogna puntare sulle energie civili del Paese che si esprimono ogni giorno nell'impegno sociale,

nella partecipazione politica, nel volontariato, nei piccoli gesti di amicizia della vita quotidiana ed

emergono con forza nei grandi momenti della vita nazionale, da ultimo nella solidarietà con il popolo

abruzzese colpito dal terremoto.

Negli ultimi decenni il rapido sviluppo delle scienze, il movimento e l'incontro di persone, culture e

stili di vita su scala planetaria, hanno investito l’umanità con nuovi interrogativi etici. Dove la

crescita dell'informazione, della cultura e della responsabilità personale e istituzionale non sono

altrettanto veloci, queste straordinarie opportunità di progresso suscitano rapidamente un regresso

civile e morale: demonizzazione dello straniero e del diverso, nuove forme di sfruttamento,

9

oscurantismo, umiliazioni della dignità della donna, paura del progresso, nuovi fondamentalismi,

chiusure identitarie. Questi rischi sono ben presenti nel nostro Paese. Su questo terreno culturale e

morale il Partito Democratico intende impegnarsi, contribuendo giorno per giorno, casa per casa, alla

crescita e al rilancio di un maturo spirito pubblico italiano ed europeo.

Il principio di laicità è la nostra bussola, la via maestra di una convivenza plurale. La laicità si nutre

di rispetto reciproco e di neutralità – che non significa indifferenza - della Repubblica di fronte alle

diverse culture, convinzioni ideali, filosofiche, morali e religiose. È anche impegno per la loro

salvaguardia, promozione del dialogo interculturale e interreligioso, mutuo apprendimento: purché,

naturalmente, tutti accettino un comune spazio pubblico di confronto e incontro nel quale gli unici

principi non negoziabili siano quelli della Costituzione italiana e della Carta dei diritti dell'Uomo.

In questo spirito i democratici hanno formulato proposte di legge largamente condivise sulle

convivenze civili, sul testamento biologico e sulla libertà religiosa, che vanno rilanciate senza

tentennamenti in Parlamento e nel Paese.

Dialogo e accoglienza sono anche i principi che si devono seguire per l’integrazione degli immigrati.

E’ una buona legge sull’immigrazione quella che produce più legalità e più inclusione, non quella

che preclude agli stranieri i percorsi regolari o li lascia ai margini della società.

La stragrande maggioranza degli stranieri è in regola, vive in Italia da anni, spesso svolge un lavoro

che noi non vogliamo più fare. A queste persone vanno riconosciuti i diritti civili e politici. Abbiamo

bisogno degli stranieri quanto loro hanno bisogno di noi; senza dimenticare che, fino a qualche

decennio fa, eravamo noi italiani ad emigrare, a milioni.

Sull’immigrazione, abbiamo bisogno di regole chiare che dicano come si fa ad entrare in Italia e a

stare in regola, come si incontrano domanda e offerta di lavoro, come si può avere in tempi certi il

permesso di soggiorno. I flussi di ingresso devono corrispondere al fabbisogno occupazionale e

rendere sostenibile l’inclusione dei nuovi cittadini.

Da soli si può fare poco

Il progetto che ci ispira non è compiuto: non è esaurita la questione dell’incontro tra culture ed

esperienze politiche progressiste ancora oggi divise. Vogliamo essere chiari su questo punto: non c’è

un Pd in cui confluire. C’è invece un vasto campo di forze di sinistra, riformiste, laiche e

ambientaliste che ha cominciato ad unificarsi e alle quali è giusto guardare con attenzione, così come

a tutte quelle forze di opposizione che incarnano valori importanti. Per loro, per noi, il Pd è la casa

comune dei riformisti da costruire insieme.

La vocazione maggioritaria non significa rifiutare le alleanze, ma, al contrario, renderle possibili,

perché costruite nella chiarezza, sulla base di vincoli programmatici. Non consiste

nell’autosufficienza, ma nella capacità di ritrovare una funzione di rappresentanza popolare, e

nell’impegno ad elaborare un progetto di governo che convinca il Paese. Non possiamo più

confondere il bipolarismo, che è una conquista della nostra democrazia, con il bipartitismo, che non

ha fondamento nella realtà storica, sociale e politica del Paese.

Il primo banco di prova verrà dalle elezioni regionali del 2010. Sarà necessario sperimentare su basi

programmatiche larghi schieramenti di centrosinistra, alleanze democratiche di progresso alternative

alla destra. Il nostro impegno comincia ora. I tanti italiani delusi da Berlusconi devono trovarci

pronti, quando si volteranno dalla nostra parte.

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Sul piano istituzionale noi scegliamo un modello parlamentare rafforzato in alternativa a formule più

o meno mascherate di presidenzialismo, una legge elettorale chiara e non stravolgente l’architrave

costituzionale, da elaborare in collaborazione con chi crede ad un bipolarismo maturo che renda

l’elettore determinante nella scelta degli eletti e del governo. Poiché noi crediamo nella struttura

portante della nostra Costituzione intendiamo limitare le modifiche agli interventi essenziali per

realizzare gli obiettivi indicati. E intendiamo anche risolvere il problema del conflitto di interessi che

in tutti questi anni è andato aggravandosi, mettendo in pericolo la libertà di informazione, il rango

civile del Paese e perfino l’immagine internazionale.

Noi, i Democratici

L'identità plurale dei democratici nasce dalla sintesi delle culture fondative dell'Ulivo. Nell'avvio del

Pd si è pensato che l'eclettismo potesse allargare gli orizzonti e accrescere i consensi. Non è stato

così. In futuro, a partire dall'azione politica concreta, dovremo porre molta cura nella ricerca e

nell'elaborazione della nostra identità culturale di fronte ai grandi temi del mondo contemporaneo.

Noi siamo

abbienti, ai ceti produttivi, alle nuove generazioni, e perché decidiamo di essere presenti in ogni

luogo con esperienze e linguaggi legati alla vita reale delle persone. Non siamo classisti, non siamo

elitari, non siamo populisti perché pensiamo che tutti possano, anzi, debbano ragionare con la propria

testa.

Noi siamo

possano essere migliorate. Per questo abitiamo dove abitano le forze progressiste ovunque nel mondo

e per questo partecipiamo da protagonisti all’Alleanza fra socialisti e democratici nel Parlamento

europeo.

Noi siamo

sinistra democratica e liberale perché crediamo in un mercato aperto e regolato, ma non intendiamo

affidare al mercato il controllo di beni essenziali come la salute, l’istruzione e la sicurezza.

Noi siamo

risorsa per la democrazia e per promuovere lo sviluppo umano. Nel secolo passato è stata una grande

forza del cambiamento della società, dal suffragio universale, alle lotte di emancipazione,

all'obiettivo delle pari opportunità, dell’autodeterminazione e della libertà di scelta. Con la sua

concreta azione riformatrice il Pd invera questi principi nell’Italia di oggi e di domani.

Noi siamo

convinti che lo Stato sia la casa di tutti e che si debba garantire a tutti libertà di coscienza e di culto e

che si debbano tener distinte le convinzioni religiose, filosofiche e morali - nutrimento del cammino

esistenziale di molti - dalle leggi che regolano i comportamenti di tutti.

Noi siamo il

produce, ascoltare chi intraprende e chi rischia in proprio. Vogliamo promuovere una nuova dignità

del lavoro contro la rendita e il profitto sganciato dal merito. Vogliamo parlare a chi il lavoro non ce

l'ha o convive con insopportabili forme di precariato. Vogliamo contrastare ogni forma di

sfruttamento e insicurezza, così come la conservazione corporativa di privilegi e monopoli.

11

Noi siamo il partito

nell'uguaglianza di tutte le persone; siamo contrari ad ogni forma di discriminazione e contrari ad

uno Stato che tenda a sostituirsi alla libertà e alla responsabilità dell'individuo.

Noi siamo

l’ambiente è il rispetto che dobbiamo alla nostra stessa casa. Non crediamo che sviluppo e ambiente

siano fra loro alternativi: al contrario, l’ambiente è una risorsa essenziale per la crescita sostenibile,

per l’innovazione e il ripensamento dei modelli di consumo.

Noi siamo

periferia che obbedisce, ma un equilibrio virtuoso tra i diversi livelli decisionali, sia per quanto

attiene alle istituzioni che per il Partito.

Noi siamo

di chi bussa alla porta e non di chi la tiene chiusa. Per restituire ai giovani il desiderio di cambiare il

mondo.

Noi siamo

crediamo che senza sapere non ci sia libertà, consideriamo prezioso il riconoscimento dei meriti dei

giovani ricercatori. Ci impegniamo a difendere la libertà della ricerca scientifica e intellettuale, a

promuovere l’accesso universale alla conoscenza, a garantire la libera circolazione dei saperi.

Noi siamo

nelle risorse di una comunità solidale. Ciò trae forza e senso da antiche radici, che oltrepassano

largamente le vicende degli ultimi decenni. Radici di emancipazione e di riscatto, di

autorganizzazione, di solidarietà, di autonomia che furono premessa vivente delle grandi formazioni

politiche popolari all’affacciarsi del secolo scorso. Si formò allora l’idea che prendendo le parti di

chi lavora e produce e di chi è più debole e subordinato, sia possibile costruire una società migliore

per tutti. Noi quella società vogliamo costruire, non solo immaginare.

un partito popolare perché ci rivolgiamo ad un vasto arco sociale, dai ceti menoun partito riformista perché crediamo che l’uomo possa cambiare le cose e che le coseun partito dell’uguaglianza secondo l’ispirazione del cattolicesimo democratico e dellail partito delle donne e degli uomini perché crediamo che la differenza di genere sia unaun partito laico perché rispettiamo le fedi e le convinzioni morali di ciascuno. Siamopartito dei lavori e dei ceti produttivi. Vogliamo tornare nei luoghi in cui si fatica e sidei diritti civili perché crediamo nella dignità, nell’autonomia, nella libertà,un partito ambientalista perché siamo consapevoli che la Terra è una sola. Il rispetto peril partito dei territori e della sussidiarietà. Per noi non c'è un centro che decide e unail partito dei giovani perché scommettiamo sul futuro del nostro Paese stando dalla parteil partito della conoscenza e dei saperi perché abbiamo fiducia nell’ingegno umano,il partito dei cittadini e del nuovo civismo perché crediamo nella libertà dell’individuo e

Noi, il Partito Democratico

La questione che ci siamo posti nei mesi scorsi non è se essere un partito “vecchio” o un partito

“nuovo”, ma se essere davvero

riconoscibile, organizzazione interna, radicamento sociale, luoghi di discussione e partecipazione,

nonché di regole liberamente accettate e condivise. Non aver chiarito questi punti fondamentali ha

indebolito il cammino iniziale del Pd. All’indomani delle primarie abbiamo deluso sia chi era legato

a forme di militanza più tradizionali, sia chi si aspettava nuove forme di partecipazione politica e di

coinvolgimento sociale. Abbiamo disperso un tesoro immenso, coltivando un’insensata

contrapposizione tra elettori e iscritti, quando proprio gli elettori ci chiedono più presenza

organizzata nei territori e nella società. Abbiamo un elettorato esigente e intelligente, una forza civile

disposta a sostenerci nel voto e non solo. Il Pd deve rappresentarla compiutamente in ogni momento

e in ogni sede.

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un partito: cioè una libera associazione di cittadini dotata di identità

Che cos’è un

partito?

1. L’idea di partito ha a che fare con l’idea di democrazia. Rifiutiamo i modelli plebiscitari e

riaffermiamo il valore dell’art. 49 della Costituzione. I partiti sono strumenti di partecipazione, di

formazione civile, di impegno individuale e collettivo, di mediazione virtuosa tra società e

istituzioni, di proposta e di indirizzo, di selezione democratica della classe dirigente.

2. Un partito è una comunità di donne e di uomini che vive di rispetto, amicizia, pari dignità e lealtà

reciproci. Le iniziative popolari e le feste sono parte essenziale dell’attività di partito, così come la

promozione di strumenti nuovi di comunicazione e socializzazione. La Rete non sostituisce, ma

amplia le possibilità di comunicazione e di interazione ad ogni livello.

3. Un partito si organizza in circoli presenti in ogni comune o quartiere, nei luoghi di lavoro e di

studio, nelle comunità all’estero, ma può aprirsi davvero agli elettori solo se è radicato e riconosciuto

nel Paese. Si apre alle energie più fresche della società tramite una forte organizzazione giovanile. E'

riconosciuto da quelli che rappresenta e allo stesso tempo è capace di riconoscere altre forze sociali

con cui fare un percorso comune e preparare il progetto di governo, per non ricadere nel riformismo

dall'alto. Per questo, nel rispetto della reciproca autonomia, vanno coltivati rapporti con tutte le

organizzazioni sociali, del lavoro, dell’impresa, dei consumatori, del volontariato.

Cosa significa

democratico?

1. Il Partito democratico è un partito di iscritti e di elettori che persegue la parità di genere nelle

responsabilità politiche. La sovranità appartiene agli iscritti, che la condividono con gli elettori nelle

occasioni regolate dallo statuto. Agli iscritti sono riconosciuti diritti fondamentali come la

partecipazione alle decisioni ai vari livelli (anche attraverso referendum) e l’elezione degli organismi

dirigenti. Il Pd coinvolge gli elettori, attraverso le primarie, per selezionare le candidature alle

cariche elettive con particolare riferimento alle elezioni in cui non sia presente il voto di preferenza.

Partecipa alle primarie di coalizione con un proprio rappresentante scelto da iscritti e organismi

dirigenti. Le primarie per l’elezione del segretario nazionale richiedono nuove regole ispirate a due

criteri: non devono trasformarsi in un plebiscito e non possono essere distorte da altre forze politiche.

Le primarie vanno rese più efficaci, rendendo più chiaro il meccanismo di partecipazione. L'albo

degli elettori deve essere effettivamente pubblico e certificato.

2. Il Partito democratico è un partito nazionale organizzato su base federale. I rimborsi per le elezioni

regionali, le entrate del tesseramento e delle feste, i contributi degli amministratori, sono destinati ai

circoli e alle organizzazioni provinciali e regionali. Parte del finanziamento elettorale nazionale ed

europeo va destinata a progetti di radicamento del partito nella società. Gli organismi dirigenti

nazionali saranno formati per la metà da rappresentanti designati dai livelli regionali.

3. Gli organismi dirigenti ad ogni livello saranno composti in un numero ragionevole per consentire

una discussione politica efficace e scelte consapevoli. Lo statuto garantisce i diritti dei singoli iscritti

e delle minoranze. Gli organismi dirigenti hanno il dovere di ricercare attraverso l'aperto confronto

delle opinioni la posizione comune da assumere nelle sedi politiche e istituzionali. Le deroghe

rispetto alle posizioni comuni dovranno esprimersi sulla base di criteri valutati da un organo

statutario. In ogni caso il Pd considera il pluralismo interno una ricchezza irrinunciabile e un motivo

di orgoglio.

Per tutte queste ragioni, con tutti questi impegni vogliamo costruire insieme un Paese da amare,

un’Italia dove sia bello vivere, lavorare, crescere i propri figli. Con il Partito democratico.

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Questo testo costituisce una traccia di discussione da sviluppare nel Congresso.

Sarà accompagnata da documenti di approfondimento sui problemi qui esposti allo scopo di

sollecitare osservazioni e proposte. Da questi arricchimenti verranno contributi utili per il

programma che il candidato segretario proporrà alla Convenzione secondo quanto previsto dallo

statuto .

italiani non hanno avuto, la forza capace di unire Sud e Nord e di portare l’Italia nel XXI secolo,

l'energia civile per arricchire la nostra democrazia, il fermento di una nuova cittadinanza italiana

ed europea. Davanti a noi sono anche stringenti compiti politici: il Pd è nato per rendere possibile il

cambiamento nell’Italia di oggi, per rendere convincente la proposta di governo.

Vogliamo rivolgerci ai nostri aderenti e agli elettori, a coloro che abbiamo smarrito per strada e a

coloro che sono impegnati ad attuare il progetto. Vogliamo che il PD sappia

Tutto ciò è nelle nostre possibilità, è a carico della nostra responsabilità ed è l’obiettivo di questa

mozione.

Come realizzarlo è sintetizzato nelle seguenti proposte politiche, culturali e organizzative che

chiediamo a tutti gli iscritti di sostenere e di proporre agli elettori.

Siamo tutti fondatori. Nessuno può dire io sono il Pd e gli altri non ne sono parte. Ecco l'essenza del

Pd: amalgamare e unire persone diverse, incrociare percorsi che vengono da lontano con la

freschezza di chi si è appena messo in cammino, intendersi parlando anche lingue differenti.

E per prima cosa dobbiamo porci una domanda: perché il Pd ha deluso le aspettative che aveva

suscitato, perdendo voti, invece di allargare i consensi in tutte le direzioni?

E’ successo perché la vocazione maggioritaria si è ridotta alla scorciatoia del nuovismo politico,

mentre avrebbe richiesto un paziente lavoro di radicamento rivolgendosi con concretezza ai ceti

popolari, alle categorie produttive e ai veri innovatori.

E’ successo perché invece di fondare un partito mai visto nella storia italiana, si è preferita spesso

la suggestione mediatica alla definizione di una riconoscibile identità politica.

E’ successo soprattutto perché, dopo aver invocato la partecipazione popolare alle Primarie ed aver

ottenuto la risposta formidabile di quasi quattro milioni di cittadini, non si è riusciti a costruire una

organizzazione plurale e aperta in grado di coinvolgerli .

Non si dica che i nostri problemi sono venuti dal presunto tradimento di un’ispirazione originaria.

Sono venuti dal non aver collocato il progetto su basi solide. Questo è il nodo che il Congresso deve

sciogliere. Un Congresso, quindi, fondativo del nostro partito.

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permalink | inviato da bersanibarrafranca il 31/8/2009 alle 13:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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